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Perché Ripetere gli Stessi Errori nella Vita

  • Immagine del redattore: Duccio Degl'Innocenti
    Duccio Degl'Innocenti
  • 18 nov 2025
  • Tempo di lettura: 5 min

La trappola del ripetere gli stessi errori

Ripetere gli stessi errori nella vita è una delle dinamiche più comuni e frustranti dell’esperienza umana. Non si tratta solo di distrazione o di cattiva volontà. È piuttosto il risultato di una fitta rete di abitudini mentali, influenze sociali e limiti profondi della nostra coscienza. Quando ci troviamo a vivere l'ennesima storia che finisce nello stesso modo, o a prendere decisioni che si rivelano disastrose come le precedenti, non è sufficiente dirsi: "Non lo farò più". Ripetere gli stessi errori, spesso, è molto più strutturale.


persona pensierosa

Il ritorno dell'uguale: storia e filosofia del ciclo

Nietzsche parlava dell'eterno ritorno: l'idea che tutto ciò che viviamo sia destinato a ripetersi, identico, infinite volte. Una metafora potente che riflette il senso di prigionia che molte persone provano nel ritrovarsi sempre nello stesso punto. Non era un'idea nuova: già gli stoici concepivano un tempo ciclico, in cui l'anima tornava su esperienze simili per purificarsi e apprendere. In Oriente, la ruota del samsara buddista rappresenta un ciclo infinito di rinascite, dolori, lezioni non apprese.

La forza di queste immagini sta nel mostrare che non basta cambiare i dettagli: a volte siamo noi stessi a funzionare sempre allo stesso modo. Ma perché? Alcune correnti esistenzialiste suggeriscono che l’uomo, pur credendosi libero, è spesso schiavo delle sue stesse paure. Ripetere gli stessi errori, in questo senso, può essere un modo per restare dentro la gabbia dell’identità conosciuta: si preferisce l’infelicità nota al rischio di un cambiamento autentico.


Il cervello ama ciò che conosce: neuroscienze e abitudine

La psicologia suggerisce che il cervello predilige la ripetizione: i comportamenti noti sono meno costosi da attuare, meno faticosi da mettere in discussione. Ogni scelta già fatta in passato scava un solco nella mente, una sorta di autostrada neuronale che ci attira con la promessa di risparmiarci lo sforzo della novità. Questo processo di consolidamento neurale è parte della nostra evoluzione: agire senza dover ripensare ogni singolo passaggio è utile in termini di sopravvivenza.

Ma questa economia mentale ha un prezzo: ci inchioda a schemi ripetitivi. Freud parlava di coazione a ripetere, una tendenza inconscia a tornare nelle stesse situazioni dolorose, quasi nella speranza irrazionale di riscriverne il finale. Anche oggi, in psicoterapia, si parla di pattern disfunzionali ricorrenti, spesso con radici profonde nell'infanzia. Ripetere gli stessi errori può essere, paradossalmente, un modo per sentirsi in controllo: meglio prevedere il dolore che affrontare l'incertezza.


Educati a sbagliare: famiglia, ambiente e cultura

Contemporaneamente, la società che ci circonda spesso rinforza questi schemi. Pierre Bourdieu, sociologo francese, descriveva l'habitus come un insieme di disposizioni interiorizzate, apprese nell'infanzia e consolidate dalla cultura, che guidano inconsciamente le nostre scelte. In altre parole, non solo pensiamo in un certo modo, ma è il mondo stesso a educarci a pensare così. Se sei cresciuto in un ambiente dove certi comportamenti o relazioni sono la norma, è probabile che tenderai a ripeterli, anche quando ti fanno male.

Anche i media, i modelli sociali, le aspettative collettive giocano un ruolo cruciale. L’eroe che si sacrifica, la donna che perdona sempre, il manager aggressivo che arriva al successo: archetipi culturalmente premiati che vengono introiettati senza filtri. Se ci si allontana da questi copioni, si rischia l’esclusione o il giudizio, e così si continua. Ripetere gli stessi errori diventa una forma di adattamento culturale: sbaglio, ma come ci si aspetta che sbagli.


Il falso mito della volontà

Il libero arbitrio, tanto celebrato, si riduce allora a una sottile linea di manovra tra istinti, condizionamenti e strutture sociali. Cartesio già notava che la volontà umana è spesso più ampia dell'intelletto: vogliamo più cose di quante ne comprendiamo. Il risultato è che scegliamo senza sapere davvero perché, e spesso scegliamo ciò che ci è più familiare. Anche quando quella familiarità coincide con la sofferenza.

La moderna neuroscienza conferma: la maggior parte delle nostre decisioni avviene prima che ce ne rendiamo conto consciamente. Siamo guidati da abitudini, emozioni e scorciatoie mentali. Pensiamo di decidere, ma spesso reagiamo. La volontà pura è debole se non supportata da consapevolezza, contesto favorevole e strategie pratiche.


Copioni invisibili e archetipi eterni

Carl Jung aggiunge un altro tassello: l'inconscio collettivo. Secondo Jung, dentro di noi agiscono forze antiche, archetipi universali che ci spingono a vivere e rivivere certe dinamiche. La ribellione, il tradimento, la caduta, l'abbandono: sono tutte storie già scritte, che l'individuo riproduce come se avesse ricevuto una sceneggiatura invisibile. Finché non le riconosce, finché non ne prende coscienza, non ha reale libertà di scelta.

In questo senso, ripetere gli stessi errori ha anche un significato simbolico: rappresenta un richiamo, una lezione non compresa, una parte di noi che chiede attenzione. Solo rendendo cosciente ciò che è inconscio possiamo interrompere il ciclo. Ed è qui che filosofia, psicoanalisi e sociologia si toccano: mostrano che la ripetizione è spesso un messaggio da decifrare, non solo un difetto da correggere.


Il peso del cambiamento reale

Eppure, per quanto tutto sembri già scritto, resta uno spiraglio. Cambiare si può. Ma è un lavoro di scavo, non una decisione improvvisa. Serve disinnescare gli automatismi, osservare i propri pensieri e comportamenti con uno sguardo nuovo, spesso doloroso. Serve capire da dove arrivano certe scelte, e soprattutto: a cosa servono. Perché ogni errore ha anche una funzione. Ci protegge, ci rassicura, ci mantiene dentro una storia che conosciamo.

Il cambiamento autentico è spesso lento, discontinuo, pieno di ricadute. Richiede pazienza, supporto, a volte una rottura netta con ciò che ci circonda. Alcuni studi psicologici mostrano che chi riesce a trasformarsi in profondità è spesso passato per un momento di crisi, un “crollo” dell’identità precedente. Solo da lì nasce lo spazio per scrivere qualcosa di nuovo.


Svuotare l'identità, riscrivere il copione

La vera difficoltà non è smettere di sbagliare, ma accettare il disorientamento del cambiamento. Lasciare un errore significa perdere anche il ruolo che quel comportamento ci dava: la vittima, il salvatore, il combattente, l'incompreso. Eppure, solo attraversando questo vuoto è possibile spezzare il ciclo. Solo mettendo in discussione l'intero impianto di pensiero, abitudine e identità, si può imparare davvero.

Il filosofo Kierkegaard parlava di salto qualitativo: un atto di fede che rompe la continuità. È solo quando accettiamo di “non sapere più chi siamo” che possiamo scegliere davvero chi vogliamo diventare. In questo senso, ripetere gli stessi errori è anche una forma di resistenza alla rinascita.


L'alternativa al destino

Come diceva Jung, "ciò che non viene alla coscienza, ritorna come destino". Per smettere di ripetere gli stessi errori, occorre guardare in faccia il proprio copione. Solo riconoscendo la natura di ciò che ci condiziona possiamo davvero scegliere e non semplicemente reagire. Alla fine, continuare a ripetere gli stessi errori non è un destino inevitabile, ma un invito urgente a cambiare rotta.


Ti riconosci in queste dinamiche? Non restare fermo nello stesso ciclo. Condividi questo articolo, lascia un commento o racconta la tua esperienza: il primo passo per non ripetere gli stessi errori è iniziare a parlarne.

 
 
 

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