Perché attiriamo sempre lo stesso tipo di persone?
- Duccio Degl'Innocenti
- 21 nov 2025
- Tempo di lettura: 11 min
Ti è mai successo di avere la sensazione che, pur cambiando i volti e i nomi, le tue relazioni seguano sempre lo stesso copione? Incontri qualcuno di nuovo e all’inizio sembra diverso, quasi speciale. Eppure col tempo ti ritrovi punto e a capo: attiriamo sempre lo stesso tipo di persone e riviviamo dinamiche già viste. Non è un caso né semplice sfortuna. Dietro questa ripetizione apparentemente misteriosa si nascondono radici profonde, intrecciate tra psicologia, filosofia e persino contesto sociale. È un viaggio nelle zone inesplorate di noi stessi, dove nulla accade per caso e ogni incontro può rivelarsi uno specchio delle nostre parti più intime.
Questa domanda – “Perché attiro sempre lo stesso tipo di persone?” – ci porta a riflettere con onestà sul nostro mondo interiore. Non si tratta di magia o destino crudele, ma di meccanismi inconsci e bisogni nascosti che guidano le nostre scelte affettive. Le persone che entrano (e spesso ritornano in forme diverse) nella nostra vita risuonano con qualcosa dentro di noi. Capire questo fenomeno richiede di guardarsi dentro senza giudizio, con profondità e coraggio. Iniziamo allora questo percorso esplorando le possibili cause – psicologiche, filosofiche e sociologiche – per cui attiriamo sempre lo stesso tipo di individui, e scopriamo come spezzare il cerchio di queste ripetizioni per aprirci a relazioni più sane e appaganti.

Specchi invisibili: le persone come riflesso di noi stessi
Si dice spesso che le relazioni siano specchi dell’anima. Le antiche saggezze spirituali – come insegnano anche le guide del Cerchio Firenze 77 – suggeriscono che nessun incontro è veramente casuale. Le persone che incrociano il nostro cammino rispecchiano parti di noi, illuminate o ancora nell’ombra. In altre parole, ciò che attiriamo fuori è spesso il riflesso di ciò che portiamo dentro. Non significa ovviamente che siamo “colpevoli” dei comportamenti altrui, ma che inconsciamente possiamo richiamare chi incarna proprio quei tratti a noi familiari.
Immagina ogni nuova persona come uno specchio invisibile: attraverso di essa la vita ci mostra qualcosa di noi stessi. A volte questo riflesso è piacevole – ci vediamo valorizzati, compresi – altre volte tocca punti dolenti. Se dentro di noi esiste una ferita irrisolta (come un senso di abbandono o di inadeguatezza), ecco che troviamo affascinanti individui che, senza volerlo, riaprono proprio quella ferita. Come mai accade? Una possibile chiave sta in una profonda risonanza emotiva. Ciascuno di noi emette, per così dire, delle vibrazioni interiori fatte di credenze, aspettative e bisogni. Attiriamo le persone che vibrano sulla nostra stessa lunghezza d’onda emotiva: chi riflette le nostre insicurezze o conferma le nostre convinzioni più radicate su noi stessi e sull’amore.
Questa idea, in parte filosofica e spirituale, trova riscontro anche nella psicologia. Non è un mistero per gli psicologi che cerchiamo ciò che ci è familiare, anche a costo di ripetere schemi dolorosi. In fondo, ogni relazione significativa diventa un’opportunità di conoscenza: ci fa da specchio, evidenziando tanto le nostre luci quanto le nostre ombre interiori. Riconoscere questo aspetto “speculare” è un passo importante: significa cominciare a domandarsi “Cosa sta riflettendo di me questa persona che attiro?”. Forse una vecchia insicurezza, forse un bisogno di conferma, forse il modo in cui vediamo noi stessi. Come nota anche Carl Jung, “Finché non renderai conscio l’inconscio, sarà quest’ultimo a guidare la tua vita e tu lo chiamerai destino.” In altre parole, finché non vediamo chiaramente le nostre dinamiche interiori, continueremo a rivivere all’esterno quelle stesse dinamiche come se fossero un destino che ci capita.
Le radici dell’attrazione: ferite infantili e schemi che si ripetono
Se ogni persona che attiriamo è uno specchio, l’immagine riflessa ha origini lontane: spesso affonda le radici nella nostra infanzia e nelle prime esperienze di amore e relazione. La psicoanalisi già un secolo fa aveva individuato quella che Sigmund Freud chiamò “coazione a ripetere”: una spinta inconscia a ricreare situazioni già vissute, nel tentativo di cambiare il finale di una storia antica. In pratica, senza rendercene conto, riproponiamo nelle relazioni adulte il “copione” emotivo che abbiamo imparato da bambini.
Se, ad esempio, siamo cresciuti con un genitore emotivamente distante o imprevedibile, da adulti tenderemo ad attrarre (o a sentirci attratti da) persone simili: partner freddi, non disponibili, che ci fanno sentire insicuri. Perché? Perché quel modello, per quanto doloroso, è il primo modello d’amore che abbiamo conosciuto – e paradossalmente ci dà un senso di “casa”. È come se una parte profonda di noi dicesse: “Questa situazione la riconosco. È difficile, ma forse questa volta riuscirò a meritare l’amore che mi è mancato”. Così, inseguendo inconsciamente una riparazione, torniamo sempre sullo stesso scenario.
Le ferite invisibili dell’infanzia creano vere e proprie mappe interiori. Ogni bimbo impara presto (anche senza parole) cosa aspettarsi dagli altri: c’è chi impara che l’amore va inseguito e guadagnato, chi che non sarà mai abbastanza, chi che sarà abbandonato, chi che l’intimità fa soffrire. Queste convinzioni non vivono nella mente razionale, ma restano impresse nel cuore e nel sistema nervoso come memorie emotive profonde. In psicologia, Bowlby e Ainsworth hanno descritto i modelli operativi interni e la teoria dell’attaccamento: in base a come siamo stati accuditi, sviluppiamo uno stile affettivo (sicuro, ansioso, evitante, o altre varianti) che poi tendiamo a replicare. Ad esempio, chi da piccolo ha vissuto una presenza affettiva stabile e amorevole svilupperà un attaccamento sicuro e cercherà relazioni equilibrate; chi invece ha sperimentato rifiuto o imprevedibilità potrebbe sviluppare un attaccamento insicuro e finire per scegliere partner sfuggenti o relazioni instabili, proprio come ciò che ha conosciuto.
Questi schemi emotivi operano a un livello così profondo che spesso non ci accorgiamo di seguirli alla lettera. Agiscono come lenti invisibili con cui guardiamo ogni nuovo incontro, colorando la realtà presente con i colori del passato.
Il risultato? Relazioni fotocopia. Cambiano le persone, ma le dinamiche restano stranamente simili. Ci si sente di nuovo trascurati, non ascoltati, non prioritari – oppure di nuovo in ansia, gelosi, impauriti dall’abbandono. Non è sfortuna, è il passato che si riaffaccia.
Il nostro cervello emotivo, in particolare l’amigdala, scansiona ogni persona che incontriamo alla ricerca di segnali conosciuti. Se ne trova – ad esempio un modo di fare che ricorda quello di mamma o papà – scatta un allarme (o una scintilla) familiare. Ci sentiamo paradossalmente attratti proprio da chi riesce a riattivare in noi quelle antiche sensazioni. E più la nostra ferita interiore è profonda, più potente sarà l’attrazione verso chi, consapevolmente o meno, la fa sanguinare di nuovo. Come scrive la psicologa Viviana Chinello, “non cerchiamo chi ci fa stare bene, cerchiamo chi ci fa sentire familiari le stesse emozioni. Anche se quelle emozioni fanno male.” In pratica, non scegliamo con la logica, ma con quel bambino interiore che cerca di rivivere e aggiustare la propria storia.
Il conforto del conosciuto: perché restiamo nella nostra “zona di dolore”
Verrebbe da chiedersi: perché mai dovremmo continuare a scegliere ciò che ci fa soffrire? Che senso ha ricascare negli stessi errori? La risposta risiede in un meccanismo umano basilare: cerchiamo sicurezza e prevedibilità. Il nostro cervello, programmato per la sopravvivenza, preferisce ciò che conosce all’ignoto, anche se il conosciuto è imperfetto o addirittura doloroso.
In altre parole, la sofferenza familiare ci spaventa meno dell’incertezza di una felicità sconosciuta. Questo crea una sorta di zona di comfort relazionale che, ironicamente, può essere tutt’altro che confortevole: è una zona fatta di abitudini emotive, dove almeno sappiamo che copione recitare.
Psicologicamente, questo fenomeno è stato descritto come “familiarità del dolore”. Se hai sempre avuto relazioni in cui ti sentivi ignorato o non abbastanza, quelle sensazioni – per quanto spiacevoli – sono diventate per te una norma emotiva. Così, quando incontri qualcuno che non ti fa sentire in quel modo (magari una persona disponibile e affettuosa), potresti perfino percepire un disagio o una noia insolita: il tuo sistema nervoso non riconosce quella calma come “sicura”, perché non combacia con ciò a cui è abituato.
Al contrario, scatta l’interesse verso chi ti dà quello strano brivido familiare di instabilità o di mancanza, perché lì ti senti a casa, per quanto casa tua sia stata fredda o tempestosa. È un paradosso dell’anima: inseguiamo chi può farci rivivere il nostro trauma, in parte perché speriamo inconsciamente di riscriverlo in positivo, in parte perché è l’unico copione in cui sappiamo muoverci.
Questa dinamica spiega perché, ad esempio, una persona cresciuta in un contesto di abusi o conflitti finisca spesso per legarsi a partner altrettanto abusanti o conflittuali. Dall’esterno può sembrare autolesionismo, ma dall’interno c’è una logica: quella triste familiarità dà un illusorio senso di controllo (“so come funziona questo dolore, ci sono già passato, magari questa volta riuscirò a gestirlo”).
La novità davvero positiva, invece, fa paura: comporterebbe uscire da schemi noti e affrontare la propria identità rinnovata, il che è spaventoso almeno quanto il dolore stesso.
In più, c’è un altro elemento sottile: ci accontentiamo dell’amore che crediamo di meritare. Se interiormente nutriamo una bassa considerazione di noi, attrarremo e sceglieremo facilmente chi la conferma, trattandoci magari con poco rispetto. All’opposto, chi ha lavorato sul proprio valore personale tenderà a non tollerare oltre certi limiti persone tossiche o svalutanti. In questo senso la nostra zona di comfort è costruita anche dalle convinzioni su noi stessi: se penso di meritare poco, sarà “normale” vivere di poco. Uscirne richiede di ridefinire dall’interno ciò che è accettabile e ciò che non lo è.
L’ambiente sociale e i ruoli che recitiamo
Oltre alle cause interiori, c’è da considerare che viviamo immersi in un ambiente sociale che influenza le nostre relazioni e i nostri incontri. Non siamo isole: la famiglia, la cultura e il contesto attorno a noi contribuiscono a rinforzare certi pattern di persone che attraiamo.
Ad esempio, se intorno a noi abbiamo sempre visto un certo modello di coppia (magari uno dei genitori dominante e l’altro sottomesso, oppure relazioni competitive e fredde), quel modello ci sembrerà “normale” e potremmo ricercarlo inconsciamente nel mondo esterno.
La società spesso ci propone narrazioni e ruoli precostituiti: l’idea romantica dell’“anima tormentata da salvare”, oppure lo stereotipo del “partner geloso perché ti ama davvero”. Questi miti sociali possono spingerci verso specifiche tipologie di persone, anche se non fanno davvero al caso nostro, perché crediamo che quello sia l’amore autentico o il rapporto che dovremmo avere.
C’è poi l’aspetto dei contesti frequentati e delle cerchie sociali. Tendiamo ad attirare persone che gravitano negli stessi ambienti – reali o virtuali – che frequentiamo. Se continui a incontrare lo stesso tipo di individuo, forse è anche perché frequenti sempre lo stesso ecosistema sociale. Cambiare scenario (aprirsi a nuovi gruppi, attività, cerchie di amicizie) può esporci a personalità differenti e offrire occasioni di rompere il ciclo.
Ma non è solo questione di luoghi: è questione di ruoli. Spesso, senza accorgercene, interpretiamo una parte fissa nelle interazioni (il salvatore, la vittima, il ribelle, la crocerossina, ecc.) e finiamo per attrarre il contraltare complementare a quel ruolo. Ad esempio, chi tende sempre ad aiutare e “salvare” gli altri, attirerà persone che costantemente hanno bisogno di aiuto (e magari approfittano di ciò); chi fa fatica a prendersi responsabilità potrebbe attrarre chi invece vuole controllare e dirigere.
Questi giochi di ruolo si instaurano e la società attorno li convalida, perché spesso anche amici e conoscenti ci vedono in un certo modo e rinforzano quel nostro atteggiamento (“sei così premuroso, meno male che ci sei tu…”, “sei sempre il solito irresponsabile…”), mantenendoci intrappolati nel personaggio.
Inoltre, i condizionamenti culturali possono influire sulle nostre scelte affettive. Se la cultura di riferimento valorizza certi tipi di partner (ad esempio il bad boy tenebroso, o la donna remissiva e paziente), potremmo sentirci attratti da quel tipo per adeguarci all’immaginario collettivo di cosa è desiderabile. Allo stesso modo, potremmo ripetere lo schema visto nelle generazioni precedenti perché è ciò che conosciamo attraverso i racconti familiari.
In sintesi, il contesto sociale funge da cornice entro cui i nostri copioni si svolgono, a volte amplificando la ripetizione. Essere consapevoli anche di queste influenze esterne ci aiuta a capire che il nostro modo di relazionarci non nasce nel vuoto, ma è anche figlio del tempo e del luogo in cui viviamo.
Spezzare il cerchio: consapevolezza e trasformazione interiore
Arrivati a questo punto, la domanda sorge spontanea: possiamo cambiare lo schema? Possiamo smettere di attirare sempre lo stesso tipo di persone e aprirci a legami diversi, più sani, più soddisfacenti? La buona notizia è che sì, è possibile – ma richiede un lavoro interiore autentico e coraggioso. Come ogni circolo vizioso, anche quello relazionale può essere interrotto, a patto di spezzare le catene proprio nel punto in cui si formano: dentro di noi.
Il primo passo è la consapevolezza. Finché restiamo nel buio rispetto ai nostri meccanismi, questi continueranno a governarci (ricordando la frase di Jung sul destino dell’inconscio). Dobbiamo dunque illuminare il copione nascosto: riconoscere le nostre ricorrenze emotive, dare un nome alle dinamiche che si ripetono.
Significa fermarsi e osservare con sincerità:Quali sono i tratti comuni delle persone che attraggo?Che emozioni provo puntualmente in queste relazioni?Mi sento forse sempre inadeguato, o sempre bisognoso, o sempre controllato?
Identificare il filo conduttore è fondamentale. Non per colpevolizzarsi, ma anzi per recuperare potere personale: ciò che riesco a vedere, posso iniziare a cambiarlo.
Una volta riconosciuto il copione, il passo successivo è incontrare le proprie ferite invece di sfuggirle. Dietro ogni scelta ricorrente c’è infatti un antico bisogno insoddisfatto: bisogno di approvazione, di sicurezza, di amore incondizionato, di sentirsi importante.
È doloroso ammetterlo, ma liberatorio: “Cosa sto cercando in queste persone che non riesco a dare a me stesso?” può diventare la domanda chiave. Forse cerco qualcuno che mi valorizzi perché fatico ad apprezzarmi da solo; forse inseguo chi mi respinge perché dentro di me c’è ancora un bambino che cerca l’attenzione di un genitore distante.
Queste consapevolezze aprono la strada alla guarigione: possiamo finalmente lenire quelle ferite da dentro, offrendo a noi stessi comprensione, amore e rispetto.
In altre parole, si tratta di coltivare un solido senso di valore personale. Se continuo ad attrarre chi non mi ama bene, forse è perché dentro di me, in fondo, credo di non meritare di meglio. Lavorare sul proprio valore – ascoltarsi, proteggersi, smettere di mendicare briciole – cambia radicalmente le vibrazioni che emettiamo. Quando impari a trattarti con amore, difficilmente tollererai a lungo accanto chi ti tratta con disamore.
Un altro aspetto cruciale è rieducare il proprio sistema emotivo. Come abbiamo visto, il nostro cervello può essere abituato a scambiare per amore ciò che in realtà è ansia o trauma. Bisogna allora insegnargli a distinguere: un’attrazione sana, basata su vera affinità, porta un senso di calma e sicurezza interiore; l’attrazione tossica, basata sul riattivarsi di un trauma, porta sì brivido e adrenalina, ma anche confusione, angoscia o un senso di dipendenza vorace (fame d’amore).
Diventare capaci di ascoltare le proprie sensazioni è un allenamento: ad esempio, pratiche di mindfulness o meditazione possono aiutare a aumentare la sensibilità verso i propri stati interiori. Così, al prossimo incontro, potrai chiederti: “Questa persona mi fa sentire sereno e libero, o in tensione e insicuro?”. Imparare a fidarsi di chi ci fa stare bene veramente – e diffidare invece di quel fascino tormentato che ci lascia inquieti – è segno che stiamo ricalibrando il nostro radar.
Infine, è importante darsi tempo e libertà di scelta. Spesso le ferite interiori ci fanno avere fretta di legarci (per colmare il vuoto) o paura di restare soli. Ma l’amore vero non ha fretta. Se una relazione nasce ed esplode subito in intensità, divorandoci e confondendoci, forse sta attivando la parte più disperata di noi, non quella sana. Imparare a andare con lentezza, a conoscere davvero l’altro e soprattutto a non perdere se stessi nel processo è la chiave per evitare di cadere negli stessi tranelli.
Scegliere con consapevolezza vuol dire anche osare qualcosa di nuovo: dare una chance a persone diverse dal solito, rompere la sceneggiatura predefinita. All’inizio potrà sembrare strano, magari meno “emozionante” rispetto ai drammi a cui eri abituato, ma è in quelle novità calme che può nascondersi la felicità duratura.
In conclusione
attiriamo sempre lo stesso tipo di persone
Non siamo condannati ad attrarre sempre lo stesso tipo di persone. Siamo noi – con il nostro percorso di crescita interiore – ad avere il potere di trasformare lo schema.
Quando guarisci certe ferite e riscrivi le tue credenze sul tuo valore, cambia qualcosa nel tuo modo di stare al mondo: inizi a inviare segnali diversi e a rispondere diversamente a chi ti circonda. Le vecchie dinamiche perdono presa, e ti scopri capace di creare legami nuovi, più luminosi, più rispettosi di chi sei davvero.
D’altronde, come dice un antico adagio spesso attribuito a vari saggi, “ciascuno attrae ciò che è”. Se vuoi attrarre persone migliori, inizia da te stesso: coltiva la versione migliore, più autentica e serena di te. Sarà quella nuova vibrazione a portare nella tua vita relazioni finalmente diverse.
Il “cerchio” può essere spezzato – e un capitolo nuovo può iniziare, scritto non più dal passato che ritorna, ma dalla consapevolezza presente e dalla libertà di scegliere il proprio destino affettivo.
Adesso raccontami la tua esperienza.
Che tipo di persone attiri nella tua vita e cosa hai capito di queste dinamiche?
Condividilo nei commenti: il confronto può davvero aiutare a vedere più chiaro dentro di sé.



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