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Abbiamo tutti un’anima? La domanda che confonde milioni di persone

  • Immagine del redattore: Duccio Degl'Innocenti
    Duccio Degl'Innocenti
  • 17 gen
  • Tempo di lettura: 4 min

Aggiornamento: 5 mag


È una domanda che quasi tutti si fanno almeno una volta. Dopo un lutto, durante una crisi, in uno di quei momenti in cui la vita quotidiana smette di bastare come risposta. Abbiamo tutti un'anima? Le risposte che circolano sono numerose e quasi sempre inutili. Chi dice sì senza esitazione. Chi la collega a un dono divino. Chi la trasforma in un'etichetta rassicurante, applicabile a chiunque in qualsiasi momento. Il risultato è un rumore di fondo che non orienta nessuno. Il problema non è che le risposte siano false. Il problema è che la domanda è mal posta.


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"Avere" un'anima è già un errore


Chiedersi se si ha un'anima significa partire da un presupposto che non viene mai esaminato: che l'anima sia qualcosa che si possiede, come un organo invisibile o un bene acquisito alla nascita. Questa impostazione produce conseguenze precise. Se l'anima è qualcosa che si ha, allora qualcuno potrebbe averla di più, qualcuno di meno. Qualcuno potrebbe perderla, qualcuno doverla guadagnare o salvare. Da qui nascono senso di colpa, paura, bisogno continuo di rassicurazione esterna. Ma se l'anima non è qualcosa che si possiede, allora la domanda "abbiamo tutti un'anima?" è costruita su una base sbagliata. E una domanda sbagliata non può ricevere una risposta utile, per quanto raffinata.



Abbiamo tutti un'anima? Dipende da cosa si intende


Gran parte della confusione nasce dall'usare la stessa parola per indicare cose diverse. Vita biologica, psiche, carattere, identità, coscienza: tutto viene compresso in un unico contenitore chiamato "anima", e il risultato è che non si capisce più di cosa si stia parlando.

Vale la pena fare una distinzione precisa. La vita biologica riguarda il funzionamento del corpo. La psiche riguarda emozioni, abitudini, memoria, il carattere che si è sviluppato in questa esistenza. Ciò che si intende con "anima", quando la parola viene usata in modo serio, riguarda qualcosa di diverso da entrambe: riguarda il livello di coscienza con cui un essere attraversa l'esperienza, riconosce se stesso e si trasforma. Questo livello non coincide con il carattere della singola vita. Non è il personaggio che si interpreta nel mondo. Come spiegato nell'articolo su [personalità e anima](link hub), la distinzione tra ciò che si manifesta in questa incarnazione e ciò che persiste attraverso tutte le incarnazioni è la distinzione fondamentale da cui dipende tutto il resto. L'anima, in senso preciso, non è la personalità. È l'individualità, il filo che attraversa tutte le perle della collana.


se vuoi approfondire questo tema leggi anche l'articolo Personalità e anima: la distinzione che quasi nessuno fa



Perché religione e spiritualità hanno peggiorato le cose


Le tradizioni religiose hanno avuto il merito di preservare l'idea che l'essere umano non si riduca alla sola dimensione materiale. Ma hanno spesso trasformato l'anima in un dato acquisito e indiscutibile: ce l'hai dalla nascita, punto. Il compito diventa salvarla, non comprenderla. La spiritualità contemporanea ha aggiunto un altro strato di confusione. Ha reso l'anima un'etichetta universalmente confortante: tutti ce l'hanno, tutti sono anime antiche, tutti sono già completi e già perfetti. Il risultato è paradossale. Si parla di anima ovunque e con sempre maggiore frequenza, ma il concetto non diventa più chiaro, diventa più vago. Dire a tutti indiscriminatamente che hanno un'anima non è una risposta. È un modo per evitare la domanda reale.



Anima e coscienza: la distinzione che conta


Se si vuole usare la parola "anima" in modo che significhi qualcosa, va separata dalla personalità e collegata alla coscienza. La coscienza non è la consapevolezza momentanea di ciò che si sta facendo. È ciò che si accumula e si trasforma attraverso le esperienze realmente comprese, non solo vissute. È il livello stabile di comprensione raggiunto, che si manifesta spontaneamente nel modo di essere, di reagire, di vedere le situazioni. Questo livello non è uguale per tutti. Non nel senso che qualcuno valga più di un altro, ma nel senso che il processo non è fermo. C'è chi vive quasi interamente identificato con il proprio carattere e la propria storia personale. C'è chi ha iniziato a osservare quell'identificazione da una certa distanza. C'è chi ha sviluppato una comprensione più ampia di ciò che è. Non si tratta di una graduatoria morale. Si tratta di riconoscere che l'evoluzione è un processo reale, non uniforme, e che ignorarlo non lo fa scomparire.




Allora abbiamo tutti un'anima o no?


La risposta onesta è questa: la domanda nel modo in cui è posta non ha una risposta utile.

Tutti hanno una personalità, una storia, un carattere. Tutti hanno un'individualità che persiste al di là della singola vita. Ma non tutti esprimono lo stesso livello di coscienza, e l'anima, se il termine deve significare qualcosa di preciso, riguarda proprio questo: il grado in cui quella dimensione più profonda è riconoscibile, attiva, sviluppata. Non è una risposta consolatoria. È una risposta che restituisce al concetto una forma, invece di lasciarlo nell'indistinto. Cosa significa allora che la coscienza si sviluppa, e cosa succede a ciò che si è sviluppato quando il corpo muore? È la domanda successiva. [Cosa rimane della coscienza dopo la morte](link coscienza dopo la morte) è il punto in cui questo ragionamento diventa ancora più preciso.







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Image by Abigail
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