Cos'è la coscienza? Il termine che usiamo senza sapere cosa significa
- Duccio Degl'Innocenti
- 5 mag
- Tempo di lettura: 5 min
Aggiornamento: 5 giorni fa
Parliamo continuamente di coscienza, diciamo di avere la coscienza pulita, di prendere coscienza di qualcosa, di agire secondo coscienza, oppure usiamo questa parola quando ci chiediamo se un animale sia cosciente, se una macchina possa diventarlo o se la coscienza possa continuare dopo la morte,
eppure sotto la stessa parola finiscono concetti molto diversi, tanto che spesso crediamo di parlare della stessa cosa mentre stiamo parlando di esperienze differenti.
Nella lingua comune, nella filosofia, nella psicologia e nelle neuroscienze il termine coscienza può indicare lo stato di veglia, l’esperienza soggettiva, la percezione di sé o la capacità di accorgersi di ciò che accade, nella prospettiva spirituale che utilizziamo qui assume invece un significato più specifico:
la coscienza è ciò che abbiamo realmente compreso attraverso l’esperienza, ciò che è diventato parte di noi e ha modificato stabilmente il nostro modo di sentire, reagire e vivere.
Capire questa distinzione cambia parecchie cose, perché sposta l’attenzione da ciò che sappiamo a ciò che siamo diventati.

Cos'è la coscienza: il significato che usiamo qui
Possiamo conoscere perfettamente una regola e continuare a comportarci come se non la conoscessimo, possiamo sapere che la gelosia nasce spesso dalla paura di perdere qualcuno e continuare a esserne dominati,
possiamo aver letto decine di libri sull’attaccamento e sentirci comunque distrutti quando una persona si allontana, perché una conoscenza può restare nella mente senza trasformare il nostro modo di vivere.
La comprensione autentica si riconosce invece dai suoi effetti, quando qualcosa viene realmente compreso smette gradualmente di richiedere uno sforzo continuo,
ciò che prima dovevamo imporci attraverso una regola comincia a diventare spontaneo, perché l’esperienza ha prodotto una trasformazione interiore e quella trasformazione entra a far parte della nostra coscienza.
È qui che diventa importante distinguere il sapere dal comprendere, perché la crescita interiore riguarda soprattutto ciò che l’esperienza riesce a trasformare in noi.
per approfondire puoi leggere anche Pratica spirituale, il metodo concreto che nessuno ti spiega
Coscienza e consapevolezza: due parole vicine, ma utilmente distinguibili
“Coscienza” e “consapevolezza” vengono spesso usate come sinonimi, ed è perfettamente legittimo nel linguaggio comune,
per comprendere il modello proposto in queste pagine è però utile attribuire loro due funzioni differenti: possiamo chiamare consapevolezza la capacità di accorgerci di ciò che sta accadendo dentro e fuori di noi,
mentre possiamo chiamare coscienza il risultato profondo che rimane quando un’esperienza è stata compresa.
Posso diventare consapevole della mia rabbia mentre la sto provando, posso osservarla, riconoscere da dove nasce e vedere quali pensieri la alimentano, ma la trasformazione avviene quando quella osservazione, ripetuta e attraversata realmente, modifica qualcosa nel mio modo di reagire, a quel punto abbiamo qualcosa di più di una semplice osservazione del momento, abbiamo acquisito una comprensione.
Per questo la coscienza, nel senso che stiamo utilizzando, riguarda meno ciò che siamo capaci di spiegare e molto di più ciò che ormai appartiene al nostro modo di essere,
una persona può conoscere pochissimo di filosofia o spiritualità e possedere comprensioni profonde, mentre un’altra può conoscere perfettamente ogni teoria e continuare a essere governata dagli stessi meccanismi che sa descrivere.
La coscienza si vede soprattutto quando smettiamo di pensarci
C’è un modo molto semplice per capire la differenza tra conoscenza e comprensione: osservare che cosa accade quando la vita ci mette davvero alla prova,
perché è facile parlare di libertà quando nessuno ci lascia, di accettazione quando tutto procede come desideriamo, di altruismo quando aiutare qualcuno non ci costa nulla,
il contenuto reale della nostra coscienza emerge invece quando un’esperienza tocca le nostre paure, i nostri bisogni e le nostre aspettative.
È proprio nelle relazioni, nelle perdite, nei conflitti, nella paura e nella frustrazione che possiamo vedere fino a che punto ciò che affermiamo di aver compreso sia diventato realmente parte di noi, ed è anche per questo che la vita quotidiana ha un valore così centrale in un percorso spirituale: rappresenta il luogo nel quale le idee incontrano continuamente la realtà.
La coscienza, vista in questo modo, diventa qualcosa di molto concreto, perché riguarda la qualità delle nostre risposte alla vita molto più delle idee alle quali aderiamo.
Cos'è la coscienza e che rapporto ha con la personalità
Qui incontriamo una seconda distinzione importante, quella tra coscienza e personalità,
perché la persona che siamo oggi possiede un nome, una memoria, un carattere, una storia, preferenze, paure, capacità e limiti, tutti elementi reali e necessari attraverso i quali facciamo esperienza del mondo, mentre la coscienza indica il risultato più profondo che quelle esperienze possono produrre.
La personalità cambia durante la vita, basta confrontare chi siamo oggi con chi eravamo vent'anni fa per accorgercene, eppure percepiamo una certa continuità,
come se dietro i cambiamenti esistesse qualcosa che raccoglie il risultato del percorso compiuto, ed è precisamente su questa continuità che la prospettiva spirituale introduce la distinzione fra corpo, personalità, anima e coscienza.
Puoi approfondire questo concetto leggendo anche Che cosa siamo davvero: corpo, personalità, anima e coscienza
Anche la parola “anima” viene spesso sovrapposta alla coscienza, creando ulteriore confusione, nel modello che utilizziamo indica invece un livello più profondo dell’essere, mentre la coscienza riguarda ciò che viene progressivamente acquisito attraverso l’esperienza. Approfondisci: Abbiamo tutti un'anima?
Come si sviluppa la coscienza
La visione spirituale proposta in queste pagine considera lo sviluppo della coscienza come un processo molto più ampio della durata di una singola esistenza,
le esperienze vissute producono comprensioni che rimangono acquisite e diventano la base da cui l’individuo riparte,
mentre memoria biografica, carattere e personalità appartengono alla specifica esperienza attraverso cui quelle comprensioni vengono maturate.
In questo quadro la reincarnazione acquista una funzione precisa, offre alla coscienza una successione di esperienze differenti attraverso le quali ampliare progressivamente il proprio sentire, passando da una percezione fortemente centrata su di sé a una comprensione sempre più ampia degli altri e della realtà.
All’interno di questa prospettiva, però, memoria e coscienza svolgono funzioni profondamente diverse, ricordare un avvenimento serve alla personalità, mentre averlo compreso modifica l’individuo,
ed è proprio questa distinzione a spiegare come un’esperienza possa avere lasciato un risultato anche quando il suo ricordo dettagliato viene meno.
Quando affrontiamo il tema della morte, la stessa distinzione permette di comprendere perché la continuità della coscienza venga descritta in modo diverso dalla conservazione eterna della personalità così come la conosciamo oggi.
Per comprendere meglio questo dicorso puoi approfondire leggendo Cosa succede dopo la morte, le fasi reali della coscienza
Coscienza e cervello: una domanda ancora più difficile
Quando ci chiediamo cos'è la coscienza, prima o poi arriviamo al rapporto con il cervello, perché alterazioni, lesioni, farmaci, sonno, anestesia e molte altre condizioni biologiche possono modificare profondamente la nostra esperienza cosciente,
e la ricerca neuroscientifica mostra quindi un legame estremamente stretto fra attività cerebrale e ciò che percepiamo, ricordiamo e sperimentiamo.
A livello spirituale però possiamo valutare un’ipotesi ulteriore, considerando l’esperienza umana come il risultato dell’interazione tra diversi livelli dell’individuo e attribuendo al cervello una funzione essenziale nell’espressione della coscienza durante la vita fisica.
Perché capire cos'è la coscienza cambia il modo in cui guardiamo noi stessi
La parte più interessante arriva quando smettiamo di discutere soltanto della definizione e torniamo alla nostra vita,
perché se la coscienza è ciò che abbiamo realmente compreso, allora il valore di un’esperienza dipende soprattutto da ciò che riesce a trasformare dentro di noi,
e persino una conoscenza spirituale molto sofisticata rimane sterile finché viene semplicemente accumulata.
A quel punto cambia anche la domanda che possiamo rivolgerci, invece di chiederci continuamente quanto sappiamo, quali libri abbiamo letto o quale teoria ci convince,
possiamo domandarci che cosa abbiamo realmente compreso dell’amore, della paura, dell’egoismo, della libertà, della perdita e delle persone che incontriamo.
Forse è proprio qui che la parola “coscienza” smette di essere un concetto astratto e diventa qualcosa che possiamo osservare ogni giorno,
perché ciò che abbiamo davvero compreso finisce, prima o poi, per diventare ciò che siamo.
Se vuoi approfondire il rapporto tra identità, anima, coscienza e continuità dell'esperienza, nella sezione dedicata trovi tutti gli articoli collegati e il percorso completo sul tema. Esplora Anima e coscienza



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