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Siamo soltanto il nostro cervello?

  • Immagine del redattore: Duccio Degl'Innocenti
    Duccio Degl'Innocenti
  • 6 giorni fa
  • Tempo di lettura: 6 min

Se cambia il cervello, possiamo cambiare anche noi. Un trauma può modificare la memoria, il linguaggio, il comportamento. Farmaci, anestesia, sonno e malattie neurologiche possono alterare profondamente il modo in cui percepiamo noi stessi e il mondo.


La conclusione sembra quasi inevitabile: se modificando il cervello cambia ciò che penso, ricordo e percepisco, allora io sono il mio cervello.


Ma è davvero l’unica conclusione possibile?


Il rapporto tra cervello ed esperienza cosciente è indiscutibile. La domanda più difficile è un’altra: dimostrare che il cervello è indispensabile alla nostra esperienza in questa vita significa anche dimostrare che noi siamo soltanto il cervello?

La risposta, almeno per ora, è no.


Siamo soltanto il nostro cervello?

Siamo soltanto il nostro cervello? La risposta breve


Non abbiamo motivo di negare l’importanza del cervello, senza il suo corretto funzionamento cambiano percezione, memoria, capacità di comunicare e perfino molti aspetti della personalità.


Pensare spiritualmente non significa ignorare questi fatti o considerarli un’illusione.


Ma da qui a concludere che tutto ciò che siamo sia prodotto interamente dal cervello esiste un passaggio ulteriore.


Possiamo osservare con grande precisione che determinati stati cerebrali accompagnano e influenzano determinati stati di coscienza. Possiamo perfino intervenire sul cervello e modificare alcuni aspetti dell’esperienza.


Questo ci dice che il cervello è profondamente coinvolto nel modo in cui la coscienza si manifesta durante la vita fisica ma non ci dice ancora, da solo, che coscienza e cervello siano la stessa cosa.



Se il cervello cambia, perché cambiamo anche noi?


Questa è l’obiezione più forte e va presa sul serio. Se una lesione cerebrale può compromettere la memoria, perché dovremmo pensare che la memoria non appartenga semplicemente al cervello? Se una sostanza può modificare percezioni e pensieri, perché introdurre qualcosa oltre la materia?


Una prospettiva spirituale seria non può rispondere negando ciò che osserviamo.

Il cervello è lo strumento attraverso cui facciamo esperienza del mondo fisico.


Qualunque cosa siamo oltre il corpo, finché viviamo attraverso questo organismo dipendiamo dalle sue possibilità.


Se lo strumento cambia, cambia necessariamente anche ciò che può essere espresso attraverso di esso.


Questo però richiede una precisazione importante: l’immagine dello “strumento” è un modello interpretativo, non una dimostrazione scientifica. Non possiamo usare una metafora per provare ciò che stiamo cercando di dimostrare.


Serve soltanto a mostrare che esiste almeno un’altra possibilità logica rispetto all’equazione immediata “il cervello cambia, quindi io sono soltanto il cervello”.



Dipendere dal cervello significa essere il cervello?


Non necessariamente, durante questa vita dipendiamo dal corpo per quasi tutto ciò che possiamo esprimere.


Per parlare abbiamo bisogno degli organi del linguaggio, per vedere abbiamo bisogno degli occhi e delle strutture nervose che elaborano l’informazione visiva, per ricordare e utilizzare un ricordo nella vita quotidiana abbiamo bisogno di strutture cerebrali funzionanti.


Una compromissione di queste strutture modifica inevitabilmente la nostra esperienza.


La domanda però rimane: ciò che viene compromesso è la coscienza stessa oppure la possibilità di manifestarla attraverso quel corpo?


La scienza può studiare ciò che accade al cervello e osservare ciò che una persona riesce o non riesce più a percepire, comunicare o fare.


Stabilire che cosa esista oltre quella manifestazione è molto più difficile ed è proprio qui che termina ciò che possiamo affermare come dato osservabile ed è anche qui che comincia la proposta spirituale.


Per approfondire che cosa si intende qui per coscienza, puoi leggere Cos’è la coscienza? Il termine che usiamo senza sapere cosa significa.




Che cosa propone la prospettiva spirituale


Secondo la visione che ho adottato qui, pensiero, coscienza e cervello non sono sinonimi.


Il cervello appartiene al corpo fisico ed è indispensabile per tradurre l’esperienza nella dimensione nella quale viviamo.


Il pensiero viene invece attribuito a un livello mentale dell’individuo, mentre la coscienza appartiene a un livello ancora più profondo che non coincide con i pensieri che abbiamo in questo momento, né con la memoria della nostra storia personale.


La coscienza è ciò che si costruisce attraverso le esperienze realmente comprese.

Questo significa che possiamo perdere un ricordo senza perdere necessariamente ciò che quell’esperienza ha prodotto in noi.


Conoscere qualcosa significa poterla ricordare. Averla compresa significa esserne stati trasformati.


Se un’esperienza ci ha realmente cambiati, il suo risultato non coincide necessariamente con il ricordo cosciente dell’episodio che lo ha prodotto.


È su questa distinzione che si fonda l’idea di una continuità dell’individuo più profonda della memoria e della personalità.



Ma allora perché un danno cerebrale può cambiare la personalità?


Perché la personalità non viene considerata qualcosa di separato dal corpo.


La persona che siamo oggi nasce dall’interazione di molti elementi: caratteristiche fisiche, struttura nervosa, emozioni, pensiero, ambiente, educazione ed esperienze.

La personalità appartiene a questa vita.


Non è quindi sorprendente che un’alterazione importante del cervello possa modificarne alcuni aspetti.


Questo non rende la personalità falsa o irrilevante. È la forma concreta attraverso la quale viviamo, entriamo in relazione e facciamo esperienza.


Ma la prospettiva proposta distingue la personalità dall’individualità più profonda che attraverserebbe esperienze differenti.


Per questo chiedersi “sono ancora io se cambia la mia personalità?” porta direttamente a una domanda più radicale: che cosa intendiamo veramente quando diciamo io?


Ed è una domanda che il solo elenco dei nostri ricordi, gusti e caratteristiche personali non riesce completamente a esaurire.


Per approfondire la distinzione tra ciò che siamo in questa vita e una continuità più profonda dell’individuo leggi anche Personalità e anima: la distinzione che quasi nessuno fa.



Il cervello come ricevitore? Attenzione alla metafora


Spesso dico che il cervello sarebbe simile a una radio: la radio non produce il segnale, lo riceve. Se si rompe l’apparecchio, la musica smette di sentirsi, ma il segnale continua a esistere, è un’immagine intuitiva ma non è una prova.


Dire che il cervello potrebbe funzionare come uno strumento di manifestazione aiuta a comprendere il modello spirituale, ma non dimostra che questo modello descriva realmente ciò che accade. Bisogna mantenere separate le due cose.


La prospettiva spirituale afferma che l’individuo non si esaurisce nel corpo e che il cervello partecipa alla traduzione fisica di processi più ampi.


La ricerca scientifica mostra invece quanto profondamente l’esperienza cosciente dipenda dal funzionamento cerebrale durante la vita.


Le due affermazioni non sono identiche e non devono essere confuse.



Quello che non sappiamo conta quanto quello che sappiamo


A volte il dibattito sulla coscienza viene presentato come una scelta tra due certezze.

Da una parte: “La scienza ha dimostrato che siamo soltanto materia”.

Dall’altra: “La scienza non sa spiegare la coscienza, quindi l’anima esiste”.

Nessuna delle due conclusioni può essere attendibile


Il fatto che il cervello sia fondamentale per la nostra esperienza fisica è sostenuto da una quantità enorme di osservazioni.


Il fatto che rimangano questioni aperte sulla natura dell’esperienza soggettiva non dimostra, per esclusione, una realtà spirituale.


Possiamo quindi riconoscere ciò che sappiamo senza trasformarlo in una filosofia obbligatoria, e prendere in considerazione una prospettiva spirituale senza presentarla come una scoperta scientifica.


È probabilmente questo il modo più serio di affrontare la domanda.



Forse la domanda vera non è dove si trova la coscienza


Chiedersi se siamo soltanto il nostro cervello sembra una questione teorica, ma ha conseguenze molto concrete.


Se ci identifichiamo completamente con il corpo, con i pensieri e con la personalità che abbiamo oggi, ogni cambiamento profondo può essere vissuto come una minaccia alla nostra stessa esistenza.


Ma già durante una singola vita cambiamo continuamente. Il nostro corpo non è quello dell’infanzia. Molte convinzioni sono scomparse. Alcuni ricordi sono diventati vaghi o sono andati perduti. Il carattere stesso può trasformarsi.


Eppure continuiamo a dire “io”.


Forse allora la domanda più interessante non è semplicemente se la coscienza si trovi nel cervello ma è capire che cosa rimane di noi mentre tutto ciò con cui ci identifichiamo continua a cambiare.


Da qui nasce anche la domanda su che cosa intendiamo realmente quando parliamo di anima, approfondita in Abbiamo tutti un’anima? La domanda che confonde milioni di persone.


Se non siamo soltanto ciò che cambia, che cosa siamo?


Il rapporto tra cervello e coscienza resta una delle domande più difficili che possiamo porci. Non serve negare ciò che sappiamo sul cervello, né trasformare ciò che ancora non sappiamo in una prova spirituale.


Possiamo però continuare la domanda: che cosa sono il corpo, la personalità, l’anima e la coscienza, e quale parte di tutto questo chiamiamo davvero “io”?


Se vuoi approfondire questa ricerca, trovi gli altri articoli nella sezione Anima e coscienza.




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Duccio Degl'Innocenti è autore di sei Dio e non lo sai, fondatore di Spiritualità Semplice. 

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