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E se dopo la morte non ci fosse niente?

Immagine del redattore: Duccio Degl'Innocenti
Duccio Degl'Innocenti
18 ore fa
Tempo di lettura: 4 min

E se dopo la morte non ci fosse niente? Non un altro luogo, non una nuova condizione, non la possibilità di rivedere qualcuno. Niente.


La coscienza si spegne e con lei finisce tutto ciò che chiamiamo io.


È probabilmente una delle idee più difficili da affrontare, perché non riguarda soltanto la morte del corpo. Riguarda la possibilità di non esserci più.


E quando proviamo a immaginarla succede qualcosa di curioso: pensiamo al buio, al silenzio, a un vuoto senza fine, ma dentro quell’immagine continuiamo a esserci noi che osserviamo il buio, ascoltiamo il silenzio e attraversiamo quel vuoto.


Se dopo la morte non ci fosse davvero niente, invece, non ci sarebbe nessuno a sperimentare quel niente. Sembra un dettaglio, ma cambia molto il modo in cui formuliamo la paura.


paura della morte, spiritualità semplice

La paura del nulla dopo la morte


Una parte dell’angoscia nasce proprio da questa impossibilità. Possiamo immaginare la nostra morte, il funerale, il mondo che continua senza di noi, perfino le persone che amiamo mentre proseguono la loro vita. Ma c’è sempre un osservatore nascosto nella scena, perché siamo noi a immaginarla.


Per questo la paura del nulla finisce spesso per diventare la paura di restare coscienti dentro il nulla. Ma le due cose sono molto diverse.


Se la coscienza cessasse davvero, non ci sarebbe un’esperienza eterna del vuoto. Non ci sarebbe esperienza.


Se il problema che senti più forte è soprattutto l’angoscia che accompagna il pensiero della morte, può essere utile partire da Paura della morte: perché fa così paura e come affrontarla.


Qui voglio invece seguire fino in fondo una domanda diversa: abbiamo davvero ragione di considerare il nulla la conclusione più ovvia?



L’aldilà potrebbe essere soltanto una consolazione


È l’obiezione che secondo me va affrontata prima di tutte le altre. Noi sappiamo di dover morire e vogliamo continuare a vivere.


È quindi perfettamente possibile che l’idea di un aldilà sia stata usata, e venga ancora usata, per rendere la morte più sopportabile. Credere perché abbiamo bisogno di essere rassicurati non rende vera una cosa.


Il Cerchio Firenze 77 affronta questo problema in modo molto più duro di quanto ci si aspetterebbe da un insegnamento spirituale.


Mette apertamente sul tavolo l’ipotesi che la sopravvivenza possa essere una costruzione dell’io, un modo per sottrarsi all’idea del proprio annientamento.


Il punto non è quindi credere per sentirsi meglio, ma capire che cosa, in noi, stiamo cercando di salvare.


Se immaginiamo l’aldilà come la prosecuzione eterna della persona che siamo oggi, con la stessa personalità, gli stessi desideri e la stessa storia, allora sì, il sospetto di una consolazione costruita su misura per l’io diventa molto forte. Ma la prospettiva che stiamo seguendo non dice questo.


Corpo, personalità, desideri e pensieri appartengono alla condizione attraverso la quale stiamo vivendo adesso e non vanno considerati il nucleo ultimo dell’individuo.



La domanda decisiva è che cos’è la coscienza


A questo punto il problema cambia. Per sapere se con la morte finisce davvero tutto dovremmo prima sapere che cosa produce il nostro sentirci esistere.


Durante la vita il cervello è chiaramente coinvolto in ciò che percepiamo, ricordiamo e riusciamo a esprimere.


Alterazioni cerebrali possono modificare memoria, linguaggio, comportamento e molti aspetti della personalità. Questo è un dato che una prospettiva spirituale seria non ha motivo di negare.


Da qui però nasce una domanda ulteriore: il cervello produce la coscienza oppure è la condizione attraverso cui la coscienza si manifesta nella vita fisica?


Le due ipotesi non sono la stessa cosa. Osservare che l’esperienza cambia quando cambia il cervello dimostra un rapporto strettissimo, ma da solo non risolve il problema di che cosa sia la coscienza.


Ho affrontato questo passaggio in modo più ampio in Siamo soltanto il nostro cervello?.


Per la domanda che stiamo seguendo basta tenere fermo un punto: il nulla dopo la morte diventerebbe una conclusione necessaria solo se fosse dimostrato che la coscienza coincide interamente con il funzionamento del corpo.



Che cosa finirebbe davvero con la morte?


Qui la risposta è precisa, secondo le fonti che stiamo valutando. Con la morte termina la manifestazione attraverso il corpo fisico, ma non termina l’individuo.


La coscienza non viene considerata un prodotto del corpo e quindi non scompare con la sua disgregazione.


Questo però non significa che tutto ciò che oggi chiamiamo io continui immutato. Ed è forse il punto meno intuitivo.


La personalità di questa vita ha un valore enorme, perché è attraverso di essa che facciamo esperienza, ma non coincide con l’individualità più profonda.


Anche la memoria della nostra storia personale non è ciò che garantisce la continuità dell’essere.


Ciò che rimane è il risultato profondo dell’esperienza, la coscienza che si è formata attraverso ciò che abbiamo realmente compreso.


In questa visione la sopravvivenza non consiste nel conservare per sempre il personaggio attuale, ma nella continuità del sentire di esistere attraverso condizioni diverse.



E se dopo la morte non ci fosse niente: possiamo davvero saperlo?


Qui credo sia importante non barare in nessuna delle due direzioni. Non abbiamo una dimostrazione scientifica condivisa che permetta di presentare la sopravvivenza della coscienza come un fatto acquisito.


Le stesse fonti del Cerchio Firenze 77 distinguono la convinzione personale da una prova oggettiva capace di obbligare chiunque ad accettarla.


Ma anche affermare che dopo la morte non c’è niente richiede una conclusione precisa: che la coscienza sia interamente prodotta dal cervello e che non possa esistere indipendentemente da esso.


La relazione fra cervello ed esperienza cosciente è evidente durante la vita, ma la natura ultima della coscienza resta il punto decisivo della questione.


Per questo non considero il nulla una certezza più razionale dell’aldilà soltanto perché sembra più semplice. È un’ipotesi.


La prospettiva spirituale che seguo propone un’altra risposta: la morte cambia il modo in cui l’individuo esiste e fa esperienza, ma non lo annulla.



La domanda allora cambia


Forse il pensiero “e se dopo la morte non ci fosse niente?” non deve essere allontanato.


Se lo prendiamo sul serio può fare esattamente il contrario: costringerci a togliere dal discorso le consolazioni facili e a chiederci che cosa siamo davvero.


Il corpo finisce. La personalità che conosciamo oggi cambia e, in questa prospettiva, non è eterna.


Quello che resta da capire è se il sentirci esistere dipenda interamente da queste cose oppure sia qualcosa di più profondo.


Se vuoi continuare da qui, il passaggio successivo è Esiste davvero l’aldilà?. Questo articolo ha messo alla prova l’ipotesi del nulla; il prossimo affronta direttamente la possibilità che esista una condizione di coscienza oltre la morte.

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Duccio Degl'Innocenti è autore di sei Dio e non lo sai, fondatore di Spiritualità Semplice. 

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