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Quante vite si vivono? La domanda sbagliata che porta a quella giusta

  • Immagine del redattore: Duccio Degl'Innocenti
    Duccio Degl'Innocenti
  • 6 mag
  • Tempo di lettura: 4 min

Aggiornamento: 7 mag



Quante vite si vivono? È una di quelle domande che vengono in mente quasi automaticamente quando si accetta l'ipotesi della reincarnazione. Se si torna più volte, quante volte? C'è un numero preciso? C'è un limite? E quando finisce? Sono domande comprensibili. Ma sono domande mal poste. Non perché non abbiano risposta, ma perché presuppongono un'idea del processo che non corrisponde a come funziona. Capire perché sono mal poste è più utile di qualsiasi numero.



vite vissute


Quante vite si vivono: perché non esiste una risposta numerica


La domanda "quante vite si vivono" presuppone che le incarnazioni siano unità discrete e contabili, come capitoli di un libro con un numero stampato in cima. Si entra, si esce, si conta. Ma il processo non funziona così. Le incarnazioni non si contano perché non sono eventi separati che si accumulano verso un totale prestabilito. Sono fasi di un processo evolutivo la cui durata dipende interamente da ciò che viene compreso in ciascuna di esse. Una comprensione reale riduce il numero di incarnazioni necessarie. Una minore comprensione lo prolunga. Non c'è un numero fisso stabilito in anticipo perché il processo non è una sequenza predeterminata: è il risultato di come la coscienza risponde all'esperienza. Chiedere quante vite si vivono è come chiedere quanti anni ci vogliono per imparare qualcosa. Dipende da chi impara e da come impara. Non esiste una risposta valida in assoluto.



Il processo evolutivo non torna indietro


C'è però qualcosa di preciso che si può dire sulla struttura del processo: la coscienza non regredisce. Ogni incarnazione amplia ciò che è stato acquisito nelle precedenti, anche quando nella vita attuale si attraversano periodi di difficoltà o apparente involuzione.

Questo non significa che tutto progredisca in modo lineare e visibile. Significa che ciò che è stato davvero compreso non va perduto. Lo stesso vale per le acquisizioni profonde: una volta che diventano struttura della coscienza, rimangono. Non si può perdere ciò che si è già assimilato davvero. Il numero di incarnazioni, quindi, non è la variabile che conta. Conta la qualità di ciò che viene compreso in ciascuna di esse.



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Perché la domanda sul numero è comprensibile ma fuorviante


Chi chiede quante vite si vivono sta in realtà chiedendo qualcosa di diverso. Sta chiedendo: quanto manca? Quanto è lungo questo percorso? Sono vicino alla fine o lontano?

Sono domande che nascono da un'idea specifica di come funziona il processo: come se ci fosse un traguardo stabilito, una meta fissa, e le incarnazioni fossero tappe da percorrere verso di essa. In questa visione, sapere quante vite mancano sarebbe utile come sapere quante ore mancano all'arrivo. Ma il processo evolutivo della coscienza non ha questa struttura. Non c'è un traguardo esterno prefissato che si avvicina vita dopo vita indipendentemente da ciò che si fa. C'è un grado di sviluppo della coscienza che cambia in funzione di ciò che viene compreso. La "fine" del processo di reincarnazione non è un punto fisso nel tempo: è il raggiungimento di un certo livello di coscienza che rende la vita fisica non più necessaria come strumento di sviluppo. Quando quel livello viene raggiunto, il ciclo delle incarnazioni si chiude. Non perché sia scaduto un contratto, ma perché lo strumento non serve più.



Cosa significa che una vita sia "necessaria"


C'è una distinzione importante che chiarisce tutta questa questione: non ogni esperienza produce lo stesso grado di sviluppo. Ogni vita porta sempre qualcosa, anche quando dall'esterno sembra che nulla sia cambiato. La coscienza non attraversa un'incarnazione senza ricavarne almeno una comprensione minima, anche impercettibile. Il processo non si azzera mai. Ma c'è una differenza tra una comprensione minima e una comprensione che modifica davvero la struttura di chi si è. Si può attraversare una situazione difficile molte volte ricavandone ogni volta qualcosa di piccolo, oppure attraversarla una volta sola e che quella volta produca un cambiamento profondo e permanente. In entrambi i casi qualcosa avviene. La differenza è nella quantità di incarnazioni che quel processo richiede. Il numero di incarnazioni dipende quindi da questo: da quanto tempo la coscienza ha bisogno per accumulare, attraverso comprensioni anche parziali, il livello di sviluppo necessario a rendere certe esperienze non più necessarie. Non c'è una vita sprecata. Ce ne sono alcune che portano lontano più velocemente di altre.



Se "quante vite si vivono" è la domanda sbagliata, qual è quella giusta?


È questa: cosa non ho ancora capito che continua a ripresentarsi? Non nel senso drammatico di una ricerca spirituale impegnativa. Nel senso pratico e diretto di osservare cosa si ripete nella propria vita, nelle proprie reazioni, nelle proprie relazioni. Ciò che si ripete senza cambiare è ciò che non è ancora stato capito. Ed è lì, in quei punti precisi, che si trova la risposta concreta alla domanda sul processo evolutivo: non in un numero di vite, ma in un grado di comprensione ancora da raggiungere. Il numero di incarnazioni è una conseguenza. La comprensione è la causa. E la causa è l'unica variabile su cui si può agire, nel presente, in questa vita.



Su come funziona il meccanismo della reincarnazione nel suo insieme e perché è una conclusione logica e non un dogma, il punto di partenza è Reincarnazione: cos'è davvero e perché non è una questione di fede


Su come gli schemi che non si capiscono si ripetono nelle relazioni, vita dopo vita e anche nell'arco di una vita sola, l'articolo dedicato è Perché attiriamo sempre lo stesso tipo di persone?



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