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I defunti ci vedono? Cosa possono percepire davvero dopo la morte

  • Immagine del redattore: Duccio Degl'Innocenti
    Duccio Degl'Innocenti
  • 18 ore fa
  • Tempo di lettura: 6 min

Quando muore una persona che amiamo, prima o poi può sorgere una domanda molto concreta: i defunti ci vedono?


Ci vedono mentre continuiamo la nostra vita? Sanno dove siamo? Possono osservare ciò che facciamo?


La risposta, secondo la prospettiva spirituale che seguiamo in questo sito, è sì: un defunto può percepire le persone ancora incarnate.


Ma quel “sì” ha bisogno di essere spiegato, perché immaginare i morti come persone invisibili che continuano a guardarci attraverso occhi altrettanto invisibili porta completamente fuori strada.


Dopo la morte cambia il modo stesso di percepire. E soprattutto, poterci percepire non significa osservarci continuamente, conoscere ogni cosa che facciamo o avere accesso illimitato alla nostra vita.



i defunti ci vedono?

I defunti ci vedono davvero?


Per capire in che senso i defunti ci vedono dobbiamo partire da ciò che accadrebbe con la morte del corpo.


Secondo questa visione, la coscienza non si spegne insieme al cervello. Terminata l’esperienza fisica, la consapevolezza continuerebbe a esprimersi attraverso un veicolo più sottile, quello che tradizionalmente viene chiamato corpo astrale.


Non si tratterebbe quindi di un’anima senza forma che vaga nel nulla, ma di una coscienza che continua a percepire attraverso strumenti differenti da quelli utilizzati durante la vita fisica.


Questo passaggio e le sue prime conseguenze sono approfonditi nell’articolo La coscienza dopo la morte: cosa accade nelle prime ore.


Il punto importante è questo: non avendo più un corpo fisico, il defunto non vede attraverso gli occhi.


La vista, così come la conosciamo, appartiene infatti al nostro organismo. La luce raggiunge gli occhi, viene trasformata in segnali e il cervello contribuisce a costruire l’immagine che chiamiamo realtà visiva.


Se il corpo non funziona più, anche quel sistema percettivo non esiste più. Ma da questo non segue necessariamente che ogni possibilità di percezione scompaia.



Vedere senza occhi non significa vedere come noi


Quando usiamo la parola “vedere” rischiamo quindi di usare un termine familiare per descrivere qualcosa che funzionerebbe in maniera molto diversa.


Nella prospettiva dei piani di esistenza, ogni veicolo possiede modalità proprie di percezione.


Il corpo fisico ci permette di entrare in rapporto con la realtà materiale attraverso i cinque sensi. Il corpo astrale avrebbe invece possibilità percettive differenti.


Questo significa che un defunto potrebbe percepire una persona incarnata senza guardarla nel modo in cui noi guardiamo qualcuno seduto davanti a noi.


La persona fisica, inoltre, non esisterebbe soltanto come corpo visibile. Durante l’incarnazione possediamo contemporaneamente una componente fisica, emotiva e mentale.


Ciò che per noi è invisibile farebbe già parte della realtà normalmente percepibile da chi si trova su un altro piano.


La differenza quindi non sarebbe semplicemente questa: noi vediamo loro oppure loro vedono noi.


Saremmo immersi nella stessa realtà, ma la percepiremmo attraverso strumenti differenti.


Ed è una distinzione importante, perché evita di trasformare l’aldilà in una copia trasparente del nostro mondo.



Perché un defunto può ancora percepire il mondo fisico


I diversi piani di esistenza non vengono descritti come luoghi lontani nello spazio.

Non bisogna immaginare il piano astrale come una regione situata sopra la Terra o in qualche angolo remoto dell’universo. La distinzione sarebbe di natura, non di distanza.


In altre parole, la realtà fisica e quella astrale coesisterebbero, pur essendo costituite da materie differenti e percepite attraverso strumenti differenti.


Questo rende più comprensibile la possibilità che una coscienza appena separata dal corpo continui per un certo periodo a essere fortemente orientata verso l’ambiente che ha appena lasciato.


La casa, il proprio corpo, le persone amate, le preoccupazioni e gli interessi della vita non scompaiono necessariamente dalla coscienza nello stesso istante in cui il cuore smette di battere.


Per questo, soprattutto nelle prime fasi, un defunto potrebbe percepire persone e situazioni appartenenti alla vita fisica.


Ma questa non è l’intera esperienza successiva alla morte. È soltanto una parte di un processo molto più ampio, descritto in Cosa succede dopo la morte: le fasi reali della coscienza.



Non tutti i defunti percepiscono nello stesso modo


Dire che un defunto può percepire il piano fisico non significa che ogni persona, appena morta, acquisisca automaticamente una perfetta conoscenza di ciò che accade.


La morte non trasforma improvvisamente un individuo in una coscienza onnisciente.

Chi muore continua inizialmente il proprio percorso partendo dalla condizione interiore raggiunta durante la vita.


Le paure, gli attaccamenti, le convinzioni e il grado di consapevolezza non vengono cancellati istantaneamente.


Una coscienza molto lucida può comprendere rapidamente la propria nuova condizione. Un’altra può aver bisogno di tempo per orientarsi. Un’altra ancora può essere talmente assorbita nei propri contenuti interiori da prestare poca attenzione a ciò che accade sul piano fisico.


Perfino la possibilità di percepire non significa necessariamente essere consapevoli di tutto ciò che viene percepito.


Anche nella vita quotidiana siamo circondati continuamente da informazioni che potremmo teoricamente vedere o ascoltare, ma la nostra attenzione ne seleziona soltanto una piccola parte. Cambiano gli strumenti, non scompare necessariamente ogni limite.



I defunti ci osservano continuamente?


L’idea che una persona morta rimanga ventiquattr’ore su ventiquattro accanto a noi, seguendo ogni nostra azione, è soprattutto una proiezione del nostro modo fisico di concepire una relazione.


Quando qualcuno è vivo, essere vicini significa condividere uno spazio. Lo incontriamo, lo vediamo, gli telefoniamo, entriamo nella sua casa.


Di conseguenza tendiamo a trasferire lo stesso modello oltre la morte: se continua a esistere e continua ad amarci, allora deve essere “qui vicino” e guardarci. Ma il rapporto non funziona necessariamente così.


La coscienza del defunto attraversa un proprio processo. Ha esperienze, percezioni e trasformazioni che non ruotano continuamente attorno alla vita delle persone rimaste sulla Terra.


Pensare il contrario significherebbe quasi immaginare la morte come una condanna a diventare spettatori permanenti dell’esistenza altrui.



Possono vedere quello che facciamo?


Potenzialmente un defunto può percepire aspetti della nostra esperienza fisica. Questo però non autorizza a trasformare quella possibilità in una capacità illimitata.


Non possiamo concludere che un morto sappia automaticamente dove siamo in ogni momento, che assista a qualsiasi cosa facciamo o che possieda una sorta di accesso totale alla nostra vita privata.


Soprattutto, percepire una persona non equivale a conoscere completamente ciò che quella persona pensa, prova o sta vivendo interiormente.


Vale già mentre siamo vivi. Possiamo guardare qualcuno negli occhi e non avere la minima idea di ciò che sta attraversando dentro di sé. La morte non rende automaticamente chi muore onnisciente.


Questa distinzione sarà importante anche per affrontare separatamente un’altra domanda: se una persona morta può percepirci, significa che conosce anche la nostra sofferenza? È un problema diverso, che non va confuso con la semplice possibilità di “vederci”.



La distanza dopo la morte cambia significato


Nel nostro mondo la distanza stabilisce gran parte delle possibilità di relazione. Se una persona è a Firenze e un’altra a Tokyo, per incontrarsi devono percorrere migliaia di chilometri.


Sul piano astrale questa relazione tra spazio, distanza e percezione verrebbe profondamente modificata.


L’attenzione, l’affinità e il pensiero avrebbero un peso molto maggiore rispetto allo spostamento fisico.


Questo significa che domandarsi “dove si trova adesso?” potrebbe già contenere un errore di prospettiva.


Non è detto che una coscienza debba trovarsi fisicamente accanto a noi per poterci percepire, perché quel “fisicamente accanto” appartiene precisamente al piano che essa ha lasciato.


Per la stessa ragione, dire che qualcuno “se n’è andato lontano” può essere emotivamente comprensibile, ma descrive male ciò che sarebbe accaduto.


Sul significato della continuità dei rapporti oltre la forma fisica puoi approfondire Rivedremo i nostri cari nell’aldilà?.



Non dobbiamo vivere sentendoci osservati dai morti


La domanda “i defunti ci vedono?” può nascondere anche una preoccupazione meno evidente. Se possono vederci, allora vedono tutto?


Ci vedono quando facciamo qualcosa che non approverebbero? Ci giudicano? Dobbiamo comportarci pensando che un genitore, un compagno o una persona che abbiamo perduto possa essere presente?


Portata fino a questo punto, una domanda spirituale rischia di trasformarsi in una nuova forma di controllo. Non ce n’è bisogno.


Se la coscienza continua oltre la morte, non avrebbe molto senso immaginare che quella continuità serva a conservare per sempre gli stessi meccanismi di giudizio, possesso e controllo che caratterizzavano alcune relazioni terrene.


La morte non rende automaticamente perfetti, ma apre un processo nel quale la forma precedente dell’esistenza viene progressivamente superata. E questo vale anche per i ruoli.


Un padre non rimane eternamente soltanto “mio padre”. Un marito non rimane eternamente soltanto “mio marito”. Quelle relazioni hanno avuto un valore reale, ma appartengono a una determinata esperienza.


Ciò che resta non è necessariamente il controllo reciproco. È ciò che quella relazione ha realmente prodotto.



Quindi i defunti ci vedono?


La risposta più corretta è: possono percepirci, ma non necessariamente nel modo in cui immaginiamo quando usiamo la parola vedere.


La loro percezione dipenderebbe dagli strumenti della nuova condizione, dal grado di lucidità raggiunto e dalla fase che stanno attraversando.


Possono conservare un rapporto con il piano fisico, soprattutto quando il distacco è recente o esiste ancora un forte orientamento verso ciò che hanno lasciato. Ma questo non significa che ci osservino continuamente.


Non significa che conoscano automaticamente ogni nostro pensiero.

Non significa nemmeno che rimangano per sempre accanto a noi come presenze invisibili incaricate di seguirne l’esistenza. Forse è proprio questo il punto più importante.


Se la morte non interrompe la coscienza, non interrompe necessariamente neppure ogni possibilità di relazione. Ma la relazione cambia, perché è cambiata la condizione delle persone che ne facevano parte.


Continuare a volerla identica a prima significherebbe cercare di conservare la forma.

Comprendere che può trasformarsi significa iniziare a guardare ciò che, dietro quella forma, aveva davvero valore.


Se vuoi approfondire il percorso della coscienza e il significato dei legami oltre la morte, trovi tutti gli articoli nella sezione Morte e aldilà.



Continua il percorso


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Duccio Degl'Innocenti è autore di sei Dio e non lo sai, fondatore di Spiritualità Semplice. Non è il calciatore né il pittore medievale.

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​​Hai letto libri, guardato video, seguito corsi. E alla fine ti sei ritrovato con tante parole e poca chiarezza.​​

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