Incontreremo i nostri cari dopo la morte? Cosa accade davvero ai legami nell’aldilà
Aggiornamento: 2 giorni fa
Quando perdiamo una persona che amiamo, prima o poi arriva una domanda che non è affatto filosofica: la rivedrò?
In quel momento non ci interessa sapere genericamente se esiste qualcosa dopo la morte. Vorremmo ritrovare proprio quella persona, il suo volto, il suo modo di parlare, le cose che faceva, magari anche quelle piccole abitudini che quando era viva ci davano fastidio e che adesso pagheremmo per rivedere ancora una volta.
La prospettiva che seguo in questo articolo viene soprattutto dagli insegnamenti del Cerchio Firenze 77, una delle radici principali di Spiritualità Semplice. Lo dico perché credo sia giusto sapere da dove arrivano certe idee, poi ognuno può valutarle con la propria testa.
Secondo questa visione, incontrare nuovamente le persone che abbiamo amato è possibile, ma per capire in che senso dobbiamo abbandonare l’immagine di un aldilà che sia semplicemente la prosecuzione della nostra vita attuale.

Che cosa succede alla persona dopo la morte
La morte del corpo non produrrebbe una trasformazione istantanea di tutto ciò che siamo.
Nelle prime fasi successive al trapasso continueremmo ad avere pensieri, desideri, emozioni, ricordi e buona parte dei riferimenti della vita appena conclusa. In sostanza, non ci sveglieremmo improvvisamente saggi, illuminati e consapevoli di tutto solo perché il corpo ha smesso di funzionare.
Questo permette già di comprendere una cosa importante: la persona che abbiamo conosciuto non sparirebbe nello stesso momento in cui muore il corpo.
La personalità però non è eterna. È legata a quella particolare vita, al corpo, alle esperienze fatte, al carattere e al ruolo che abbiamo avuto. Con il procedere del percorso successivo alla morte, ciò che appartiene a quella personalità perderebbe gradualmente la propria funzione, mentre rimarrebbe quello che le esperienze hanno realmente prodotto nell’individuo.
Per capire meglio questa distinzione può essere utile leggere anche l’articolo Che cosa siamo davvero: corpo, personalità, anima e coscienza.
L’aldilà non è un posto lontano
Qui c’è un altro problema che nasce dal nostro modo normale di pensare.
Quando diciamo aldilà viene spontaneo immaginarlo da qualche parte. Sopra di noi, in un’altra zona dell’universo, oppure in una specie di mondo invisibile molto lontano.
Nella prospettiva del che stiamo considerando i diversi piani di esistenza non sono invece divisioni dello spazio. Sono condizioni differenti della realtà, caratterizzate da materie e possibilità di percezione diverse.
Quindi non avrebbe senso domandarsi quanti chilometri ci separano da una persona morta, più di quanto avrebbe senso chiedere a quale distanza si trovi un pensiero.
Questa distinzione aiuta anche a capire perché incontrarsi dopo la morte non richiederebbe necessariamente uno spostamento simile a quello fisico.
Incontreremo i nostri cari dopo la morte?
Secondo questa prospettiva sì, possiamo incontrarli.
La risposta è molto diretta, alla richiesta se, una volta giunti nell’aldilà, fosse possibile incontrare una determinata entità, una guida del cerchio risponde facendo riferimento proprio all’affetto che lega le persone e alla conseguente possibilità di incontrarsi.
Quindi la risposta di fondo è piuttosto chiara.
Diventa più complicato stabilire quando avviene questo incontro, come viene percepito e in quale condizione si trovano le due persone.
Dopo la morte non tutti attraverserebbero infatti lo stesso percorso con gli stessi tempi. Una persona può comprendere abbastanza rapidamente ciò che le è accaduto, un’altra può rimanere per un certo periodo confusa, legata alle proprie convinzioni o addirittura non rendersi subito conto di essere morta.
La conoscenza dell’aldilà può aiutare a orientarsi, ma sapere certe cose a livello intellettuale non rende automaticamente più evoluti o più consapevoli.
Se vuoi approfondire proprio le prime fasi, ne parlo nell’articolo La coscienza dopo la morte: cosa accade nelle prime ore.
Ci incontriamo subito?
Non abbiamo elementi per stabilire una regola uguale per tutti.
L’immagine dei familiari morti schierati ad aspettarci appena lasciamo il corpo è molto rassicurante, ma è probabilmente troppo semplice rispetto al quadro descritto dalle fonti.
La persona potrebbe prima dover rendersi conto della propria situazione, liberarsi da alcune immagini create dai suoi desideri e dalle sue paure e cominciare a percepire realmente ciò che la circonda.
I testi parlano anche dell’aiuto che può essere ricevuto da chi si trova già in quella condizione. Quindi un incontro può avvenire anche nelle prime fasi, ma non possiamo costruire una sequenza obbligatoria e affermare che vada sempre nello stesso modo.
Il percorso completo è approfondito in Cosa succede dopo la morte: le fasi della coscienza.
Nell’aldilà ci riconosceremo?
Probabilmente questa è la seconda domanda che viene subito dopo: va bene, ci incontriamo, ma come faccio a sapere che quella persona è proprio lei?
Nelle prime fasi la personalità non sarebbe ancora completamente superata, quindi il riconoscimento può avvenire in una condizione ancora relativamente vicina a quella che conosciamo.
Andando avanti però le cose cambiano, perché la personalità che apparteneva a quella vita viene progressivamente abbandonata.
Qui diventa difficile spiegarsi usando parole nate per descrivere il mondo fisico. Noi riconosciamo una persona soprattutto dal volto, dalla voce, dal corpo e dai suoi comportamenti. Tolti progressivamente questi riferimenti dobbiamo ammettere un modo di riconoscere che non passa più soltanto attraverso i sensi a cui siamo abituati.
Il tema merita uno spazio tutto suo, per questo è approfondito in Ci riconosceremo dopo la morte? La funzione evolutiva dell’incontro.
Ritroveremo la stessa persona?
Sì e no, e questa forse è la parte meno facile da accettare.
Quando diciamo che vogliamo rivedere qualcuno, noi immaginiamo inevitabilmente la persona che abbiamo conosciuto. Mia madre, mio padre, mio figlio, mia moglie, mio marito, un amico.
Questi ruoli sono stati reali e importantissimi, ma appartengono a una determinata esperienza.
Un figlio non rimane eternamente “il figlio” di quella persona, come una madre non rimane per sempre soltanto “la madre”. Quella relazione ha permesso a due individui di vivere certe esperienze insieme e attraverso quelle esperienze qualcosa è stato compreso, costruito, oppure è rimasto ancora da comprendere.
Quello che continua non deve quindi essere per forza la stessa organizzazione familiare che conoscevamo sulla Terra.
La persona non viene cancellata, ma nemmeno congelata per l’eternità nel ruolo attraverso il quale noi l’abbiamo conosciuta.
In fondo una cosa simile accade già durante la vita. La persona che avevamo accanto venti o trent’anni fa non è identica a quella di oggi, eppure continuiamo a riconoscerla. Cambia il corpo, cambia il carattere, cambiano i pensieri e cambiano i rapporti, ma percepiamo una continuità.
La prospettiva spirituale porta questa continuità molto più lontano.
L’affetto basta per incontrarsi?
L’affetto è importante, tanto che nei testi viene richiamato esplicitamente parlando della possibilità dell’incontro, ma sarebbe troppo semplice trasformarlo in una formula automatica.
Le relazioni umane sono complicate. Possiamo amare qualcuno ed essere contemporaneamente gelosi, possessivi, dipendenti, arrabbiati o spaventati dalla possibilità di perderlo.
Un sentimento molto intenso non è necessariamente sinonimo di un rapporto più profondo.
Allo stesso modo, una relazione apparentemente semplice può aver cambiato profondamente due persone.
Quindi non parlerei di una specie di premio riservato a chi si è voluto abbastanza bene. Parlerei piuttosto di legami e di esperienze che hanno prodotto qualcosa negli individui coinvolti.
Il dolore di chi rimane può trattenere un defunto?
Su questo bisogna stare particolarmente attenti.
Chi perde una persona amata soffre, e aggiungere a quella sofferenza l’idea che il proprio dolore possa imprigionare il defunto rischia soltanto di creare un inutile senso di colpa.
Non ho trovato nelle fonti che stiamo utilizzando una base sufficiente per sostenere una regola del genere.
Possiamo invece dire che il lutto può tenere noi fortemente legati alla forma che abbiamo perso, soprattutto quando non riusciamo ad accettare che quel rapporto non possa più continuare esattamente come prima.
Piangere una persona, desiderarla e sentirne la mancanza fanno parte del lutto. Se quel dolore diventa ingestibile o impedisce di vivere per molto tempo, il problema riguarda prima di tutto chi rimane e può essere importante chiedere aiuto.
E se quella persona si reincarna?
Anche qui l’idea di un aldilà nel quale tutti aspettano per sempre i propri parenti comincia a non funzionare.
Secondo questa prospettiva l’individuo continua il proprio percorso e, quando le condizioni lo portano verso una nuova incarnazione, nasce una nuova personalità.
Le relazioni possono tornare a intrecciarsi, ma non perché prima di nascere ci sediamo tutti intorno a un tavolo a decidere chi farà la madre, chi il figlio e chi ci farà soffrire.
L’incarnazione avverrebbe per attrazione e per corrispondenza delle condizioni evolutive e karmiche.
Quindi possiamo ritrovare individui già incontrati, anche in ruoli differenti, ma parlare di “patti fra anime” o di accordi decisi coscientemente prima della nascita porta in una direzione diversa da quella indicata dalle fonti di questo progetto.
Rivedremo quindi i nostri cari nell’aldilà?
Quindi incontreremo i nostri cari dopo la morte? La risposta che emerge dagli insegnamenti del Cerchio Firenze 77 è sì, l’incontro è possibile e i legami affettivi hanno un ruolo reale.
Non possiamo però promettere a qualcuno che rivedrà una determinata persona immediatamente dopo la morte, con lo stesso aspetto, nello stesso ruolo e per sempre.
Il percorso continua per entrambi.
Forse è proprio questo il punto che cambia maggiormente il modo di vedere la domanda iniziale. Ritrovare qualcuno non significa obbligare la vita a ricostruire esattamente ciò che abbiamo perduto.
Significa che la morte del corpo non cancellerebbe ciò che due persone sono state l’una per l’altra e quello che quell’incontro ha prodotto in loro.
È meno semplice della frase “un giorno saremo di nuovo tutti insieme”, ma, almeno per me, è anche molto più interessante.
Se questi temi ti fanno nascere altre domande su morte, sofferenza, karma e senso della vita, ho raccolto in una breve guida gratuita le 10 idee che possono cambiare il modo in cui guardi la vita. Puoi scaricarla qui.


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